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Tuo figlio è disperato? Resta in ascolto! Come porsi di fronte alle emozioni negative dei bambini



Ecco una situazione tipica: ci avviciniamo alla fine della giornata e nostro figlio, per quello che ai nostri “occhi saggi di adulto” sembra un motivo futile, scoppia in lacrime, appare in preda allo sconforto più totale e diviene inconsolabile; tristezza, frustrazione e a volte rabbia si combinano in un turbine emotivo travolgente. Noi ci sentiamo colpiti quanto lui da questa crisi intensa e sentiamo il forte impulso di soccorrerlo e fare qualsiasi cosa che possa aiutarlo ad uscire da quel tunnel di disperazione al più presto: farlo smettere di piangere diventa la nostra priorità, nella speranza di ritrovare calma e serenità per tutta la famiglia. Proviamo con le parole a farlo ragionare e a spiegargli ad esempio che no, non succede nulla se gli abbiamo dato il bicchiere rosso invece di quello verde, che l’acqua che beve è la stessa. Ma a nulla le nostre parole “ragionevoli” sembrano servire: ormai il baratro si è aperto e pare che non ci sia un ritorno a breve, neanche proponendogli di cambiare il colore del bicchiere.

Vi appare familiare questa situazione?


Per molti genitori di certo lo è, perché è molto più comune di quel che si possa pensare per i bambini vivere momenti di questo tipo. Meno noto è invece quale è il ruolo del genitore in queste occasioni: cosa posso fare, come genitore, per aiutare il bambino in questi momenti?


Anzitutto aiuta sapere che l’episodio può avere una funzione positiva per il bambino. Questo è quello che ritengono diversi esperti: non tutto il pianto del bambino è un’indicazione di un bisogno o di un desiderio immediato. I bambini piangono anche per scaricare lo stress e la tensione accumulata in precedenza: da questo punto di vista il pianto non è un sintomo fastidioso di cui liberarsi, ma un naturale processo di guarigione. Nel suo libro “Lacrime e Capricci”, la psicologa dello sviluppo svizzero-americana Aletha Solter, abbraccia pienamente questa prospettiva, invitando i genitori a permettere al bambino di continuare a piangere, a patto che i bisogni primari siano soddisfatti. D’altra parte questo approccio trova riscontro anche nella scienza: ad esempio, il biochimico americano William Frey ha dimostrato, nel secolo scorso, che le lacrime indotte emotivamente contengono non solo ‘acqua e sale’, ma anche ormoni dello stress che vengono rilasciati dai nostri corpi attraverso il processo del pianto.

Come mi comporto allora, concretamente, come genitore?

La risposta è semplice: RESTA IN ASCOLTO. Questa modalità consiste nel retrocedere, intenzionalmente, dall’impulso di voler far smettere il bambino di piangere: una volta stabilito che il bambino non ha particolari bisogni impellenti, il genitore può permettere al bambino di continuare a provare l’emozione che sta provando. Più che di una tecnica, si tratta di uno stato mentale, di un’attitudine genitoriale: quella di accogliere tutte le emozioni che prova il bambino, anche quelle negative, creando uno spazio sicuro in cui il bambino possa conoscerle, sperimentarle ed esprimerle liberamente. Significa non insegnare al bambino che tristezza, rabbia e frustrazione sono emozioni sbagliate; piuttosto insegnargli che, nelle condizioni giuste, queste emozioni possono essere vissute, espresse e condivise.


Attenzione però, il “Resta in Ascolto” di cui parliamo è ben lontano dalla visione popolare, molto diffusa nelle generazioni precedenti, secondo cui “il bambino bisogna lasciarlo piangere”: in tal caso era sottinteso abbandonare il bambino in balia delle proprie emozioni senza una vera presenza consapevole e partecipante da parte della figura di accudimento. Spesso ciò significava isolare il bambino non prestando attenzione alla sua emozione; ad esempio, nel caso di un bimbo piccolo, significava lasciarlo piangere nella sua culla fino ad esaurimento; nel caso di un bambino più grande, significava ignorarlo fino a che non gli passasse. È importante sottolineare che questa modalità non ha nulla a che fare con il Resta in Ascolto: per i bambini i benefici del pianto non derivano dal pianto fatto da soli. E la ricerca lo ha dimostrato: dal punto di vista biochimico, i bambini lasciati a piangere in isolamento non rilasciano gli ormoni dello stress dalle loro lacrime; al contrario, i loro livelli di stress possono notevolmente aumentare.


Nel “Resta in Ascolto” il bambino non viene affatto abbandonato. La presenza amorevole e rassicurante del genitore è quello che fa la differenza: il messaggio che vogliamo trasmettere è che accogliamo l’emozione del bambino, qualunque essa sia, e siamo con lui in questa esperienza.

A livello concreto, se il bambino è pronto e disponibile ad un contatto fisico, il genitore può offrirglielo, ad esempio tenendogli la mano o offrendo un abbraccio. Tuttavia se il bambino rifiuta il contatto, come spesso accade nella prima intensa fase dell’emozione, per il genitore può essere sufficiente sedersi di fianco a lui e rimanere in ascolto. Se opportuno, con voce rassicurante e parole concise, può trasmettere il messaggio che comprende, che l’emozione che sta provando è valida, e che è lì con lui.

Quando il genitore riesce a porsi come porto sicuro nella tempesta emotiva del figlio, piuttosto che farsi travolgere dalle sue stesse emozioni negative, entrambi escono dall’esperienza con una relazione più forte, più stretta e più sicura. I problemi nascono invece quando il genitore rifiuta l’emozione del figlio, lo spinge a sentirsi come non si sente, lo rimprovera, lo isola, o, nel peggiore dei casi, lo punisce per l’emozione che sta provando.

Resta in Ascolto è uno strumento potente in grado di rafforzare qualsiasi relazione, non solo quella genitore-figlio.

D’altra parte, non è questo che ci aspetteremmo anche noi adulti da una persona con cui siamo in una relazione significativa, quando ci capita di provare tristezza, rabbia o frustrazione? Vorremmo che questa persona ci trasmettesse il messaggio che dobbiamo smettere di essere tristi o arrabbiati o che si sedesse di fianco a noi ad ascoltare?

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